3 de Novembre de 2025

Esattamente dieci anni fa ho attraversato uno dei periodi più difficili della mia vita: ho perso l’amore per la persona che avevo accanto e, con lei, ho perso me stessa.

Viviamo ogni giorno con una certa linearità, a seconda dell’età o del luogo in cui abitiamo; certe abitudini riempiono le nostre giornate. Che succede quando quello schema si rompe?
Cambi lavoro o cambi città, finisci i tuoi studi o lasci la famiglia. Ognuno di questi scenari rappresenta un palcoscenico per la tua personalità, uno spazio fisico, emotivo e mentale dove interagisci con il mondo esterno. Quando uno o più di questi scenari scompaiono, sentiamo una sorta di smarrimento, riconosciamo l’evento come una perdita, come se con lo scenario se ne andasse via anche una parte di noi.

Fu in questo periodo di totale smarrimento che sperimentai per la prima volta un profondo bisogno di senso, di trovare risposte, quel tipo di risposte che non hanno a che vedere con il senso comune o con un’interpretazione dualistica come “giusto/sbagliato”. Il mio istinto di sopravvivenza mi porto oltre, fece di me una ricercatrice.

In questo senso, essere ricercatori implica partecipare attivamente alla progettazione della tua esperienza di vita.

Nei primi anni d’infanzia siamo influenzati da quello che ci propone la nostra famiglia d’origine, da ciò che loro considerano utile per la nostra sopravvivenza. Nell’adolescenza iniziamo a valutare modelli esterni, cercando di comprendere se si adattano alla nostra nascente identità. Da adulti entriamo nelle dinamiche tipiche della società; consapevoli o meno, iniziamo a investire le nostre risorse e a partecipare a scenari che molte volte non si rivelano particolarmente adatti ai nostri bisogni evolutivi. Scegliere un ruolo attivo non è affatto scontato, denota la capacita di stabilire un criterio proprio aldilà dei parametri che precedono la nostra esperienza personale.

Quindi, cosa fa un ricercatore?

L’inizio è segnato dalle domande, tante e complesse come le situazioni che affrontiamo:

Perché sono in questa situazione?

      Cosa devo fare per superarla?

      Mi ritroverò a viverlo ancora?

      Chi sono veramente?

Attingiamo alle fonti di risposte che conosciamo: la saggezza dei nostri genitori, la visione dei nostri coetanei, il canone sociale. Ma lo smarrimento è tale che nessuna di queste fonti ci risulta abbastanza affidabile. Questa è una fase cruciale, in cui consideriamo la possibilità di intraprendere “una strada diversa”, rischiamo  anche di restare immobili a lungo senza agire.
Chi decide di prendere la strada diversa diventa ricercatore, e la chiave non sta nella diversità della strada scelta, ma nel fatto di decidere consapevolmente quale strada percorrere.
Come ogni esploratore, abbiamo bisogno d’informazione dopo il cambio di rotta, ma a differenza di prima, le risposte non le cerchiamo fuori. Riconosciamo l’esistenza di una bussola interna molto sofisticata, capace di darci indicazioni grossolane e indicazioni sottili. Impariamo a cogliere segnali ben distinti fra sensoriali, emotivi e cognitivi, e notiamo la loro ciclicità e interdipendenza.

Il ruolo delle scienze della coscienza

Grazie alla ricchezza di questo vasto territorio interiore, abbiamo bisogno di strumenti di decodificazione e gestione dell’informazione, invece di cercare soluzioni isolate a problemi puntuali. Qui ci viene incontro la conoscenza umana, ricavata attraverso millenni di sperimentazione. Psicologia cognitiva, Neuroscienze, Fisica quantistica, Psicologia transpersonale, Coaching, Filosofia, Yoga, il Taoismo, solo per nominarne alcuni, sono tutti spazi d’indagine e sperimentazione della coscienza. Tuttavia, applicare concetti per noi astratti o etichettare il nostro vissuto senza una dovuta integrazione e presenza piena negli eventi, può portarci a un infinito accumulo di conoscenza senza mai vivere effettivamente un superamento dei nostri limiti o convinzioni. Sta a noi cogliere in questi spazi gli strumenti che ci permettono di decodificare la maggior parte dell’informazione del nostro sistema, e applicare ciò che abbiamo imparato. Tutta l’informazione interiore emerge grazie all’interazione con l’ambiente, alla pratica, inclusi contesti a noi nuovi o sconosciuti. Come sempre, la differenza la fa lo stato di coscienza o il livello di consapevolezza di ciò che stiamo affrontando.

Quali sono i vantaggi tangibili di affrontare la propria vita come un atto di ricerca interiore?

A differenza di altre specie, l’umano sperimenta il bisogno di un “senso”, di dare una motivazione precisa al proprio vissuto.

La ricerca di significato è un imperativo biologico e psicologico profondamente radicato nella natura umana, reso possibile dalla nostra architettura cerebrale.

Dal punto di vista neuro-scientifico, questa ricerca è guidata principalmente dalla Corteccia Prefrontale (PFC), la sede delle funzioni esecutive, del pensiero astratto e della proiezione nel futuro. A differenza di altri animali, il nostro cervello è cablato per andare oltre la semplice reazione agli stimoli: crea modelli, identifica schemi causali e proietta narrazioni sul passato e sul futuro. Quando un evento non si adatta ai nostri modelli interni (schemi), sperimentiamo una dissonanza cognitiva che ci spinge attivamente a cercare una spiegazione, un “senso”, per ristabilire l’omeostasi psichica e la coerenza narrativa.

La psicologia, in particolare la Logoterapia di Viktor Frankl, identifica questa come la “Volontà di Significato”, considerata la motivazione primaria dell’essere umano. Non siamo solo spinti dall’istinto di piacere (come teorizzava Freud) o dalla ricerca di potere, ma da un bisogno profondo di trovare uno scopo e un significato anche nelle circostanze più difficili. La mancanza di significato (“vuoto esistenziale”) è infatti collegata a stati di apatia, depressione e malessere.

Mettiamo a confronto due domande della stessa persona:

     Perché al lavoro non mi danno quella promozione che so di meritare?
     Perché non riesco ad avere un rapporto sereno con mio padre?

Queste domande hanno un punto di convergenza: l’individuo. Entrambe fanno riferimento alla stessa persona e afferiscono alla sua soggettività.

In questa situazione, chi affronta la prima domanda cercando risposte in base a concetti “esterni” può trovare delle spiegazioni, ma nessuna di esse sarà utile per risolvere il secondo quesito. Lo stesso accade in senso opposto: chi tenta di rispondere alla seconda domanda da un punto di vista “esterno” formula ipotesi isolate, ma probabilmente nessuna riuscirà a fare luce sulla risposta alla prima domanda.

Un approccio di ricerca interiore permette di individuare gli schemi personali alla base delle due dinamiche analizzate: il bisogno di riconoscimento a livello professionale e la capacità di rapportarsi in modo sano con una figura di riferimento. Sono due aspetti che, se analizzati in modo analogico, possono fornire risposte non solo utili ai singoli quesiti, ma anche contribuire al benessere percepito in altri ambiti della persona.

Il ricercatore si riconosce come punto di convergenza della propria esperienza; perciò, conoscere il territorio interiore – che si parli di intelligenza emotiva, sviluppo professionale, dinamiche sociali o salute fisica e mentale – diventa essenziale. Più conosciamo noi stessi, più siamo in grado di interagire in modo coerente; più i nostri valori sono allineati, più il nostro cervello percepisce benessere.

Ed è così che ogni esperienza della vita smette di essere un evento casuale da subire, e diventa un tassello fondante: un’opportunità di crescita, di studio, di evoluzione.

E tu, quale ruolo vuoi avere nel tuo progetto di vita?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *