Parlare dall’anima non è il primo passo del processo. Prima, è necessario confrontarsi con il parlare dall’identità e dalla personalità.
Una certa distorsione del messaggio sarà insita nella comunicazione fintanto che le parole proverranno dall’anima. Senza considerare, poi, che dall’altra parte deve esserci un’altra anima in ascolto.
Come neonati, abbiamo bisogno di sperimentare per cristallizzare le nostre capacità. Dobbiamo comunicare cercando l’armonia d’intenzione fra due atti: trovare la voce dell’anima e imparare a parlare.
Ciò che siamo è il punto di convergenza fra il progetto e il progettista. Siamo uno strumento di materializzazione.
Ogni persona che incontriamo sul nostro cammino rappresenta un’opportunità di essere, una parte di noi ancora sconosciuta che permettiamo di affiorare solo nella piena presenza, nell’esserci completamente nell’interazione.
Le parole sono l’espressione parziale di ciò che siamo; più conosciamo noi stessi, più quel linguaggio riflette la verità dell’essere.
Spesso, nel comunicare, scegliamo quale parte di noi mostrare, ponendo così un limite a ciò che quello specchio (l’interlocutore) può rivelarci di noi stessi.
Può sembrare saggio scegliere i contesti e le parole giuste, il dove e il come esprimerci, ma tale scelta non può mai fondarsi sull’esterno. Deve essere fatta consapevolmente, secondo le necessità della nostra interiorità.
Questa scelta non solo ci rende coerenti, allineando azioni e pensieri, ma ci permette di circondarci di interlocutori che intrattengono una conversazione sospesa con la nostra anima, e non con la nostra personalità.
Le parole, come noi, sono un mezzo di connessione fra due livelli di coscienza. Sono come una vibrazione che emana da noi: più genuina è la sua origine, più prezioso è l’eco che ci restituisce.
